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GIORNI EGIZIANI

Aggiornamento: 25 ago

Prima Parte


16 Maggio 2022 ore 11.00, Fiumicino, Italy

Il volto raggiante di Ashraf parla chiaro: un travel Agent di lunga data si sente a casa solo in aeroporto!

A differenza della difficile partenza di Novembre per il Cairo a causa delle restrizioni italiane, questa volta pure l’impiegato al check in non nasconde il suo scetticismo nel guardare scocciato i nostri “Green Pass” (perché “Green?” Per distrarci dalla parola “pass” e farci credere che sono pure buoni ed ecologici???).

Il volo con Egyptair è piacevole, confortevole e si sta larghi (altro che Ryanair!), neanche si avverte il decollo e l’atterraggio!

All’aeroporto al Cairo sono venuti a prenderci Gamil e Georges, due dei cari amici di Ash; sono stanchi e accaldati ma attraversano il traffico dell’ora di punta in città e ci portano a Shobra, dove ci aspetta la mamma di Ash.


Ash e Angele sono cinque anni che non si vedono, l’una è stata, dopo la perdita del marito, quasi 4 anni in USA, l’altro è rimasto “incastrato” per anni in Italia, diventata una prigione a cielo aperto.

Sono emozionata per il loro incontro, vorrei farmi mosca e lasciarli da soli: quando si vedono si abbracciano come fosse un giorno normale, trattenendo le lacrime per non mettermi in imbarazzo.


Shobra è il quartiere più popoloso del Cairo, quasi cinque milioni di abitanti tra cristiani e musulmani: è centrale, pieno di botteghe, banchetti, cemento; guardo questa gente nel profondo della loro quotidianità, con i loro abiti tradizionali (la “galabeya”), le donne la maggior parte vestite, coperte fino agli occhi. Dicono che non è posto per europei, Shobra, ma la casa materna di Ash diventa presto un luogo familiare, in cui “rifugiarsi” un po’ da un esterno a me così estraneo.


Durante la prima notte mi addormento con i rumori e l’odore di smog della strada sotto, la gente non dorme mai qua e tutti i negozi sono aperti fino alle 4 di mattina! Riesco ad addormentarmi, stanchissima, ma mi sveglio di soprassalto: sono in mezzo a tre moschee che richiamano con altoparlanti a tutto volume alla prima preghiera della giornata. Che spavento e che voce scura! Mi alzo presto, sento montare il caldo, mi faccio il mio training corporeo quotidiano, mi affaccio alla finestra e vedo una donna sola, coperta, una macchia nera che attraversa frettolosa un incrocio in cui sono parcheggiate dalla sera prima macchine in doppia fila, ancora indenni, nonostante il traffico della notte.

Sembra mattina tardi, perché alle 8 il sole è già molto alto; mi metto una crema “blocco totale per il sole”, andiamo a fare la spesa al mercato rionale, dove mi guardano come fossi una marziana. Il mercato è una babele di colori e di genti, di animali, di merci disposte alla meglio quasi sul marciapiede. Mi ricorda a tratti la vivida crudezza di scenari che trovai tanti anni fa al mercato de “La prima Feira de Lisboa”, il mercato del Lunedì a Lisbona. Da più parti mi parlano in arabo, offrendomi le loro merci freschissime, e i loro sorrisi un po’ sdentati piazzati nei volti mori.

Passiamo poi dal fruttivendolo di Ash “El Maalem”, il Maestro, che ci rivede con gioia, in mezzo alla sua frutta e verdura colorata!


Ad Ash viene in mente di portarmi alla sua Chiesa, poco distante; arriviamo e un custode si offre di aprirla apposta. Da poco è finita la loro Pasqua cristiano copta, c’è ancora la statua di Gesù alzata in alto per la Resurrezione. L’uomo ci mette nelle mani la “Luce di Betlemme” che, dice, ha fatto risorgere Gesù e ci fa vedere commosso un frammento della croce di Gesù proveniente da Gerusalemme.


Il compleanno di Ash è in quei giorni, così i suoi amici riescono ad organizzare una cena insieme prima che Nader, l’anima della festa, torni in Canada. Ash, già ubriaco di casa sua, non sta nella pelle: era tanto che non passava il compleanno a casa, con la sua gente.









Il giorno dopo facciamo un sopralluogo allo Studio dove si svolgerà il primo nostro Workshop in Egitto di DANCE TO LIVE METHOD FOR DANCE THERAPY: sarà un percorso di 50 ore che andrà costituire il primo passo del nostro programma e si svolgerà a New Cairo, nella zona desertica che circonda la città, ora divisa in compounds.


Il primo giorno di workshop è davvero speciale: è il giorno del compleanno di Ash e la mattina presto veniamo informati che è nata Aurora, figlia di nostra nipote Lucrezia. Niccolò ci sostituisce per dare una mano a casa e si trasforma, quando non ci sono io, in un perfetto piccolo adulto!

Siamo felici che presto conosceremo Aurora, lo sentiamo come un segno di gioia, prosperità e continuità: apriamo i saluti con questa notizia personale e i giovani volti che abbiamo davanti si aprono in un grande sorriso!


Conosciamo le studentesse e lo studente che staranno con noi più di una settimana, diverse ore al giorno: Heba, Racha, Ali, Nada, Mona, ragazz* stupend*, altamente preparat* che ci permettono di dare vita alla Prima Formazione Continua di DanzaTerapia in Egitto.


I giorni di lavoro scorrono, le trasferte sono impegnative e una bronchitella rende il tutto più faticoso.

A casa si è rotto il condizionatore, cerchiamo di sopravvivere con dei ventilatori. Quando dico ad Angele a gesti, perché io non parlo né l’arabo né il francese, lei non parla né l’italiano né l’inglese, che ho caldo, lei mi risponde con rassegnazione: “Batykh!” (cocomero) o “Shèi” (Thè).

Qua infatti il caldo si combatte bevendo thè bollente, ma io da buona occidentale preferirei una bibita fresca! Mangio con loro un cocomero di 17 Kg che è costato 2 € (qua ce ne vorrebbero circa 30!).

Passano i giorni, mi scopro a bere Thé bollente in un bagno di caldo e sudore refrigerante e a dosi inimmaginabili di peperoncino un po’ in tutti i piatti: il mio corpo deve essersi trovato spiazzato e deve avere saggiamente scelto di affidarsi a chi da millenni riesce a sopravvivere a quelle temperature e alla cappa di calore che sprigiona da ogni poro questa megalopoli bollente e rumorosa!

Sahar, che aiuta Angele in cucina e in casa, ci prepara piatti caldi e succulenti di cucina egiziana popolare, che dopo qualche titubanza iniziale (per me una bella insalata fresca va benissimo!) scopro a sostenermi nel faticoso lavoro quotidiano della danza. Sahar è super vestita, lavora per ore in casa portando oggetti sul capo, la sua postura è perfetta! Io in casa sto con un vestito leggero e mi sento in colpa: ciò che per me è difficile accettare in questo paese è vedere la fatica che le donne fanno per ogni cosa, vederle sudare letteralmente seppellite nei loro abiti. Ma nonostante tutto, sorridono.



Sono molteplici le condizioni in cui vivono le donne al Cairo: di qualsiasi religione siano o non siano, alcune sono coperte, altre sono vestite come noi. Ma non in questo quartiere.


Leggi anche la seconda Parte >


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