• Simonetta Ottone

QUESTO CORPO NON SI ADDOMESTICA

Aggiornato il: giu 9

Appunti sparsi di giorni distopici


Prima non ci credevo, non ci ho creduto per tanto tempo.

E ho ballato ovunque mi aspettassero, finché non mi hanno fermata. Per legge.

Non ci credevo, ma mi hanno, ci hanno fermato.

Tutto.



Perché continuare le nostre vite era diventato un reato penale.

Dalla sera alla mattina non abbiamo avuto più quasi neanche il ricordo di una qualsivoglia libertà individuale.

Io non ci credevo. Tutto era esagerato e dalla tempistica perfetta, in termini di obbligatorietà.

Nelle varie fasi di questo periodo ho fatto i conti con lui: il mio corpo non ha accettato, è stato un gran lavoro farlo ragionare.

Passava da programmi giornalieri fitti di attività “finalmente” possibili (adoro leggere, ma avevo incontrollabili problemi di concentrazione), a giorni in cui a malapena trovavo la motivazione solo per dormire: tutta la vita costruita in vari decenni era stata più o meno rimossa nel giro di qualche giorno, uno o due provvedimenti davvero molto sprint anche per essere dei decreti!

Il vuoto del presente, il senso di perdere tempo e di avere perduto anche tutto il tempo servito per organizzarlo, il terrore letteralmente sentito dentro, quando malauguratamente ti domandavi come avresti fatto a vivere (e a far mangiare tuo figlio): insomma, per paura di morire, andava fermato tutto, il problema non si circoscriveva ma si espandeva pervasivamente ad ogni ambito della vita, della propria integrità psicofisica. Fossi sopravvissuta al covid, comunque sarei morta di fame e di terrore nell’attesa. Quale mondo si andava delineando? Ne volevo far parte?

Malgrado un umore altalenante ed a tratti ingestibile l’amore, e solo quello, che vedevo rispecchiato in chi condivideva con me il periodo forzatamente detentivo (per motivi giusti, per carità), è stata l’unica cosa che aveva dignità di essere vissuta. E continuata.

L’unione con chi stava vivendo ciò che vivevo io mi ha reso instabilmente operosa e forzatamente solitaria, cercando di preparare ciò che, credo i più, desideriamo dal futuro, che da qualche parte pur ci deve essere.

Ma non avevo voglia di scrivere, non avevo niente da dire. Ogni manifestazione al mondo esterno manteneva in sé la drammaticità e la puerilità di un riempitivo, di una affannosa dichiarazione: “io esisto, ma non so cosa fare per resistere!”.

Sono stata in silenzio.

Ho pensato che forse DanzArte era un sogno, ed era tornata nel mondo dei sogni: l’Associazione che ho fondato più di 20 anni fa e che sinora ha resistito a questa lenta ed inesorabile distruzione della cultura, non solo come comparto economico del paese, ma anche come concetto, è stata annullata. Annullate come tutte le Associazioni culturali che portano avanti un lavoro al servizio del territorio, nominate solo in campagna elettorale o quando c’è da tappare qualche lacuna delle istituzioni, e a questo giro neanche nominate da chi dovrebbe ricostruire ciò che, non solo il Covid 19, ma l’incuria hanno distrutto.

Noi che con l’Associazione, contenuto e contenitore di ogni giorno, ci siamo sempre occupate di Arte e Utopia, abbiamo cercato di capire, di orientarci in questo periodo violentemente distopico. Abbiamo deciso di non presentare ricette o possibili soluzioni per affrontare questo tempo. Non abbiamo postato tutorial o consigli, dal consumo e dalla visibilità immediata. Ci avevano silenziato, noi e il pubblico dovevamo sentire questo. Ci siamo levate dai riflettori, e abbiamo lasciato il posto ad un tentativo di riflessione.

Atterrate quindi con violenza nella realtà digitale, l’unica che non è stata cancellata, ma anzi, estremamente potenziata, abbiamo “preso atto” e abbiamo deciso, non di sostituire, ma di integrare i mondi: appoggiarci al virtuale per sviluppare ancora il reale, con aumentata convinzione.

Le numerose richieste di assistenza da parte di chi conosce il nostro lavoro, ci hanno spinto a progettare anche supporti on line per seguire ed applicare il nostro lavoro anche in autonomo: una volta Richard Haisma, mio fondamentale Maestro newyorkese per il metodo Laban/Nikolais, ci disse che dobbiamo imparare ad essere come topi, infilarsi in ogni spazio e forma possibile per continuare la nostra danza. Beh, ci stiamo provando…


Così ora esiste la possibilità di svolgere sia dal vivo, sia on line in tempo reale accompagnamenti per Movimento e Salute, ed avere a disposizione un ciclo di lezioni chiamato DANCE TO LIVE, suddiviso in sei quadri tematici, ma.

Ma.

Vogliamo andare oltre il presente, sì. Torneremo a danzare in contatto fisico e incontro dal vivo. Ci toccheremo le mani e gli occhi sorridendoci e magari concluderemo con un abbraccio tondo rotondo.

Il Teatro e la Danza sono accadimenti reali di un rito, succedono attraverso il Corpo Voce e sono fondamentalmente fisici ed irripetibili.

Sono convinta che dobbiamo lavorare senza adattarci a ciò che stravolge il senso di ciò che facciamo, senza surrogati, elusioni e menzogne.

Lavorare con la DanzaMovimentoTerapia, vuol dire andare al centro di ciò che la pandemia ha lasciato nei nostri nervi, nei nostri muscoli, nelle nostre articolazioni, nella parte più recondita di noi, quella che non trova parole per dire, quella che ci immobilizza ancora, in una vita già immobilizzata “per decreto”.

L’elaborazione del lutto, la sua accettazione, hanno scatenato così tanta ansia in noi, la paura di subire altri strappi, il panico di ciò che non possiamo controllare, perché troppo grande, troppo incomprensibile, troppo lontano da noi, ma terribilmente scaraventato in noi e nelle nostre vite.

I corpi che camminano senza una direzione tremano.

Il dolore, lancinante, di vedere i nostri figli che al posto della Scuola, ovvero incontro, curiosità, confronto, disciplina, approfondimento e condivisione, si ritrovano un ammasso di lezioni virtuali, stando in pigiama, spettinati, pallidi e annoiati, tutto il giorno davanti ad un monitor.

Cosa possono prepararsi alla vita? Come possono sentire la gioia, la vitalità, la testimonianza di un insegnamento?

Come facciamo noi genitori da soli a sostituire tutto, a prepararli, ad essere modelli credibili di una società accettabile?

Come faremo noi donne a non diventare ancora più invisibili ora che non abbiamo garantito alcun servizio fuori di casa, e dovremo presidiare addirittura l’istruzione dei nostri figli da casa, tutto imploso nel domestico, nel privato, nell’indifferenziato. E perché i babbi sono potuti rientrare al lavoro e noi con i nostri contratti precari no?

Ma ci vedono?

Come ne usciremo?

L’effetto usurante della solitudine, del sapere che un nemico invisibile e sconosciuto sta uccidendo migliaia di persone ogni giorno e in tutto il mondo, in modo indegno, che una intera generazione di madri e padri stanno scomparendo da “infestati”, “ammorbati”, dunque allontanati, che muoiono da soli e senza neanche un commiato, ha profondamente lacerato le trame affettive dei nostri valori basici.

Sembra semplicistico ma coltivare la fiducia, alimentare una visione altra, reinnamorarsi, investire nei legami sociali e nella reciprocità dell’aiuto, sono un antidoto a tutto questo.

Ecco, l’arte è nata per questo. Da corpo a corpo, non da corpo a macchina.

Siamo dunque in trepidante attesa di iniziative istituzionali che vadano a sostenere la cultura e l'esperienza dal vivo come diritti fondamentali e inalienabili delle persone, a cominciare dal paese in cui viviamo ed operiamo e di cui ci aspettiamo piena cittadinanza.

Ci occupiamo di un bene primario, come il pane, come l'acqua potabile, ci aspettiamo di essere non solo nominat* da chi ci governa e da chi amministra i nostri territori, ma di ricevere strumenti e mezzi concreti per continuare ad offrire alle persone il nostro servizio, che è innanzitutto sociale.

Stiamo riprendendo gli incontri, dal vivo e on line per chi lo desidera.

E ci stiamo dedicando al gioco di immaginare cose belle: lo vogliamo fare con Voi!

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