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DANZAMOVIMENTOTERAPIA TRA OCCIDENTE E MEDIO ORIENTE

Credo di avere intessuto una lunga storia con il danzare; mi sento una danzatrice “allo stato terminale”, finalmente libera dai condizionamenti e le induzioni del mondo professionale dello spettacolo.

Dancing Red Sea

Rifletto su quanto la mia danza, pur mantenendo le stesse radici, sia in mutamento, un po’ come la mia vita.

Come prima, ed oggi ancora di più, la danza che amo e che coltivo è un approccio al movimento, corporeo e vocale, vero, essenziale, delicato, libero dal “dover piacere”, dal “dover sedurre”.

La danza che amo non ha niente da dimostrare, non ha ansie estetiche e stilistiche, non è muscolare, non è prestazione, non esaspera e sfida i limiti del corpo (per quello c’è già lo sport!), non cerca consensi, né facili effetti, né sensazionalismi da circensi.

Anzi, negli anni diventa sempre meno appariscente, investe sulla qualità, la relazione, la presenza, si fa moltiplicatrice di sogni e visioni, molto reali, imperfetti, rarefatti e poetici.

Dancing in the lavender

La danza che coltivo quando incontra altri mondi di danza e di umanità si lascia permeare, fa riemergere legami antichi tra tradizione e innovazione, ove la danza, come l’essere umano, diventa uno, comprendente il tutto, che è sicuramente più della sommatoria delle singole parti.

Mi capita così di sorridere con tenerezza mista a tristezza della danza “facile”, venduta come folk saltando sul carro politico dell’intercultura (che magari qualche sovvenzione la trova!).

Si tratta quasi sempre di danze che nei paesi di origine tutt’oggi, vengono utilizzate solo privatamente, nei matrimoni, nei contesti di spettacolo notturno tra nights e cabaret, in cui le danzatrici stesse sono considerate alla stessa stregua di prostitute. Raramente, ad esempio, trovi le danze folk mediorientali in teatro, in Medio Oriente; certo, la tradizione del teatro come lo intendiamo in Europa là è diversa, ma purtroppo la danza folk eseguita da donne pubblicamente laggiù non esiste, se non in interventi brevi di spettacoli teatrali della nostra tradizione, come le Opere.

Per vedere il Raqs Sharqi (la danza cosiddetta “del ventre”) in Egitto, culla di quel tipo di tradizione, bisogna andare in luoghi turistici o di intrattenimento notturno abitati soprattutto da ricchi uomini locali e non.

Dunque, quando mi capita di vederla durante i frequenti viaggi in quel paese, provo un disagio, un imbarazzo per l’ipersessualizzazione dell’immagine del corpo della donna, spesso completamente rifatto con la chirurgia estetica per aumentarne gli attributi e i cachet (è espressamente richiesta alle danzatrici la chirurgia plastica per ottenere contratti).


Danzatrici mediorientali mi raccontano che è molto difficile lavorare in quei paesi, quasi sono costrette a nascondere la loro professione. È molto più conveniente andare nei paesi occidentali per vendere il Raqs Sharqi.

Ma a volte, proprio chi viene da questi paesi e non potrebbe mai danzarvi per non essere rifiutata dalla rispettiva famiglia e società, preferisce omologarsi alla lettura distorta, mercificatoria e volgare di una danza che anziché rappresentare un luogo di libertà, soprattutto per le donne, le imprigiona in un’immagine di “donna trofeo”, di sposa innocente e disponibile, che anziché ballare libera al suo matrimonio deve invitare la “danzatrice del ventre” che simboleggia la consumazione sessuale del “giorno più bello della vita di una moglie”.

Vedendo la danza presentata a questi matrimoni, non si ritrova niente rispetto alle grandi Signore che hanno diffuso la danza orientale nel mondo attraverso soprattutto il cinema.

Così in Europa, USA e Canada vediamo gruppi di donne riunite in questo tipo di iniziative di danza, con pance e seni in mostra; è singolare come alle donne occidentali piaccia giocare con l’ostentazione del loro corpo, come se la seduzione e il compiacimento del desiderio maschile fossero “un obbligo” socialmente imposto ed accettato anche qua, o un retaggio post sessantottino per riaffermare la liberazione sessuale e la conquistata “modernità”.

E’ una dissociazione bizzarra con ciò che è stata la storia delle donne in occidente, con i diritti faticosamente e mai definitivamente conquistati; a colpi di anche, ammiccamenti, passi grotteschi, “cicce ballanti”, monili e adornamenti, si riafferma stupidamente di essere così invischiate nella visione patriarcale della donna oggetto, da diventarne le prime promotrici, alimentando l’immagine dello stereotipo, della donna dea, madre o prostituta.

Ma in questi circhi di spettacoli in occidente riguardo danze folk del medio oriente, la cosa più trash che sta accadendo è la presa di potere che stanno avendo, ovviamente in occidente visto che nei paesi di origine commetterebbero reato anche solo a dichiarare il loro orientamento sessuale (se non conforme alla “norma”), ballerini uomini che imitano, a volte anche bene, una danza che nasce primariamente dalle donne, per la loro gioia e la loro salute e solo successivamente viene utilizzata dagli uomini per oggettizzarle.

Dunque, uomini a vario titolo devono insegnare alle donne come essere “più donne”, più convincenti e seduttive.

Sembra una barzelletta, ma non lo è.

Ricordo una volta che organizzai un evento interdisciplinare ed interculturale supportato dalle istituzioni regionali; vi erano anche un gruppo di donne mediorientali che dovevano preparare un buffet con il loro cibo tipico. Mentre lavoravano si erano portate la musica che amavano e tra loro danzavano piene di gioia, tanto che mi permisero di guardarle, visto che ero una donna e che gli uomini non erano ammessi.

Fu bellissimo partecipare alla loro espressione di danza, cosi bella e genuina.

Chissà in che modo potrebbe nascere una danza punto di contatto tra volti differenti di una stessa donna, per niente al servizio del “dover apparire” nel metro quadro di visibilità socialmente concesso; una danza punto di contatto tra il passato, il presente, il futuro, che tenesse conto delle storie dei paesi e delle culture che richiama e che non fosse soltanto facile immagine e apparenza vuota, a scopo di profit.

Ogni volta che vado in Egitto mi capita di danzare il Raqs Sharqi con le donne che incontro, e mi faccio questa domanda, quando danziamo solo noi, libere, imperfette, non monetizzabili. Bellissime sorgenti di ciò che sta emergendo nella mia ricerca di vita e danza: la mia DanzaMovimentoTerapia tra Occidente e Medio Oriente, in cui storie, identità, corpi in movimento si incontrano e generano una danza lunga migliaia e migliaia di chilometri, ove antichi popoli continuano ad abbeverarsi, a gioire, a pregare, a riconoscersi.


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