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Irlanda; terra di donne, musici e scrittori

Cercavo l'ordine, il fresco, l'orizzonte nitido, laddove potessi vedere fino al niente. Laddove potessi vedere prima della luce. Ho trovato il Nord. 

"Finistère", non in Bretagna, ma dove ugualmente finisce la terra, benedetta dall'assenza dell'uomo. Solo vento forte e ghiaccio. 

Terra nera, odore forte di torba. Terra nera, terra rasa. Solo roccia, un po' di muschio, licheni, chiazze di erica, il fiore della solitudine. La vita, come può vivere.

Mucche nere con macchie bianche, che brucano grasse e assonnate, a volte quasi sdraiate, in riva a un mare di acqua scura e grandi uccelli.

Cercavo l'isola, il rifugio, la madre. L'ho percorsa finché non ho ritrovato l'Irlanda delle pecore, dove ancora oggi persone dai capelli rossi e lisci, con occhi celesti incastonati nel viso lungo, fanno cenno di saluto all'auto che passa incurante, e dove le scritte sono solo in gaelico.

Sono arrivata nei luoghi dell'odio, come sempre creato ad arte a vantaggio di alcuni. Dove ogni casa, cottage con giardino inglese, ha in bellavista la bandiera britannica che sventola petulante, e accanto ci sono case più semplici e povere, che a volte sono in blocchi scarni, e hanno una sola bandiera. Dell'Eire. E ovunque si celebra la libertà, con memoriali che citano chi è caduto sul suo fronte. Tantissimi. Libertà sudatissima, piena di compromessi. 

E la bocca aperta di Niccolò, 12 anni, che ascolta il racconto del padre su "Bloody Sunday" nella piazza in cui avvenne, a Derry, quasi interamente diventata monumento. 

E loro, che siano di Belfast, Dublino, o del Connemara, si mostrano cordiali, sorridenti, efficienti, con il loro junk food a ogni angolo, i pubs di legno scuro, che trasudano di birra e di burro, e di loro, che ci sono a ogni ora del giorno e della sera. E in effetti dopo tutta la torba respirata, black irish beer, la birra scura, commistione profonda di quella terra e di quell'acqua, è l'unica cosa che sembra naturale bere.

Avevo dimenticato poi la gente rilassata su tram e autobus di una capitale: i sevizi li paghi, ma funzionano. Enormi e convincenti sorveglianti sono a ogni fermata, la gente si sente protetta. Ti ricordano così di premiare gli onesti, vedi solo immigrati integrati, non c'è traccia di ambulanti abusivi: in giro non ci sono brutti, sporchi e cattivi. Se si nascondono le ombre, si rimane in luce, sotto il Cielo d'Irlanda, dove il sole si fa spazio tra nuvole e pioggia e dove poco dopo si fa attraversare da arcobaleni senza fine, dai colori vividissimi. E tu, è vero, ti rilassi, e paghi volentieri: tutto è previsto, organizzato, assicurato. Tutto torna, e è persino musicale, con singers bravi e ispirati che riempiono le strade.

La "Tigre Celtica", così è stata ribattezzata l'Irlanda dagli inizi degli anni '90, quando per questo paese è iniziato il boom economico: per loro l'Europa è stata un'occasione ben colta, con investimenti nell'informatica e nel terziario; e anche ora sembrano reggere. Pur avendo una limitata offerta di beni artistici, ogni città è piena di musei e mostre con stazioni interattive, e cittadine come Galway hanno interamente investito sui giovani e sulle università. Sembra infatti di vedere solo ragazzi, ragazzi che lavorano, che stanno al pubs, giovani famiglie che visitano luoghi.

Le donne sono 20 anni che sono uscite di casa, e non penso ci torneranno: le vedi in ogni luogo di lavoro e ho scoperto che in quel paese ci sono diversi monumenti e strade intitolate a loro. Inoltre, dal 1990 al 2011 l'Irlanda ha avuto un Presidente donna ininterrottamente per 21 anni: Mary Robinson, dal 1990 al 1997, prima donna a rivestire tale carica.